VISIONI DELL’ANTROPOCENE | Maria Candeo | DRO DRONE LAND

All’immagine ravvicinata – soggettiva, frontale, sfacciata – l’artista padovana Maria Candeo oppone quella satellitare restituita fotograficamente dal drone. La visuale perpendicolare pur generando un distacco, un allontanamento, non si traduce mai in un abbandono definitivo. Dall’alto le cose dabbasso appaiono per come sono realmente, null’altro che segni su una superficie, piccole increspature sul mantello terrestre. L’occhio elettronico scruta da una prospettiva verticale alla stregua di una divinità imparziale: l’inquadratura, elusi i margini canonici, si allarga ad abbracciare oceani e continenti, restituendo una imago mundi corale e onnicomprensiva. Dotati di sofisticati sensori i droni raccolgono dati attraverso telerilevamenti, informazioni non percepibili a occhio nudo; in queste immagini osserviamo tracce, sfumature e cromie che monitorano il processo di desertificazione, l’innalzamento degli oceani, la cementificazione, l’impatto delle sostanze inquinanti e tutte le trasformazioni in atto sul nostro pianeta. (continua a leggere)

HIERONYMUS BOSCH | Il maestro dell’incubo in mostra a Venezia

Hieronymus Bosch (1450-1516), nome d’arte di Jheronimus van Aken, è nativo di ‘s-Hertogenbosch (Bosco ducale), una cittadina olandese della provincia del Brabante settentrionale. Figlio d’arte, – suo padre e suo nonno erano pittori – non si mosse mai dal contesto natio (nessun documento attesta infatti la sua permanenza in altro luogo), di qui forse la scelta di far coincidere il proprio nome con quello del paese natale. Poco sappiamo dove abbia affinato i suoi studi negli anni della giovinezza; la sua vasta erudizione lascia ipotizzare che si sia formato in una qualche università o presso conventi di certosini o domenicani. A eccezione dell’apprendistato nella bottega di famiglia, non ci è dato di sapere nulla di certo. (continua a leggere)

L’AMORE BALDRACCO | La Bellezza di Dario | Vita e Opera di Dario Bellezza

Il corpo di Dario Bellezza, poeta, riposa nel cimitero acattolico di Roma (noto anche come “cimitero degli artisti e dei poeti”), a Testaccio, accanto alla storica colonia felina di Piramide Cestia. Circondato dai tanto amati gatti, in vita come in morte, dai passetti felpati e furtivi di quelle bestiole imprevedibili, fedeli e sfuggenti, esserini dolcissimi d’una spericolata innocenza, come quei ragazzetti malandri rincorsi per tutta una vita. Divinità randagie, sonnecchiose sfingi, i gatti fanno spesso capolino nelle poesie di Dario, chiamati a consolare una inguaribile solitudine. Ha un padrone che pensa al suo cibo: tanto gli basta come fosse un infante. Se io basto a lui, lui basta a me col cuore in declino. (continua a leggere)

FEROCE COME LA VITA | Dingo | un romanzo di Octave Mirbeau

Attraverso Dingo lo scrittore francese Octave Mirbeau delinea l’ideale d’uomo che avrebbe voluto incarnare, un concentrato d’indipendenza, di libertà e di totale affrancamento dai legacci della società borghese. Pubblicato a puntate su Le Journaltra il 20 febbraio e l’8 aprile del 1913, il romanzo esce in volume per l’editore Fasquelle il 2 maggio dello stesso anno. Dopo le scorribande automobilistiche e gliallontanamenti de La 628-E8 (1907), Mirbeau sceglie di ambientare questa sua ultima fatica nei confini dell’angusta provincia, e più precisamente nel microcosmo di Ponteilles-en-Barcis, una piccola cittadina nella regione dell’Île-de-France; per molti aspetti l’ambientazione richiama il villaggio di Cormeilles-en-Vexin, dove Mirbeau trascorse quattro anni della sua vita, dal 1904 al 1908. Dingo ha struttura narrativa composita, divisa tra il romanzo e l’autobiografia; rientra a buon diritto in quella che Serge Doubrovsky nel 1977 ha definitoautofiction, ossia un’ibridazione tra realtà e finzione, tra cronaca lineare di avvenimenti vissuti e palese distorsione romanzesca. (continua a leggere)

WARME BRÜDER | I Fratelli caldi della Berlino prehitleriana

Grazie a quali particolari contingenze storiche, sociali, economiche e politiche si è andata delineando per la prima volta la consapevolezza di una identità e di un orientamento omosessuali? È possibile rintracciare un’origine, la scintilla che ha innescato il prodigioso incendio? La tesi sostenuta da Robert Beachy nel monumentale saggio Gay Berlin. L’invenzione tedesca dell’omosessualità – tradotto in Italia da Angelo Molica Franco (Bompiani, 2016) – è che l’origine della graduale acquisizione di un’identità omosessuale vada rintracciata nella Germania della seconda metà dell’Ottocento, e più nello specifico a Berlino. L’analisi di Beachy, puntuale e dettagliata (prodiga di rimandi bibliografici) si snoda lungo un arco temporale che va grossomodo dal 1869 – anno in cui il termine Homosexualität (curioso impasto di latino e greco) fece la sua comparsa all’interno di un pamphlet tedesco che si opponeva allo statuto antisodomia prussiano – al 1933, l’anno nero della nomina di Hitler a cancelliere del Reich.

Sottoculture omosessuali premoderne sono rintracciabili in diverse epoche del passato (dall’età rinascimentale a quella illuminista), ma è solo nella nascente nuova metropoli a cavallo tra ‘800 e ‘900 che si vanno configurando le prime comunità organizzate; Berlino sotto quest’aspetto ha rivestito un ruolo cruciale (più di Parigi o Londra), agendo come una calamita e divenendo man mano un punto di riferimento se non una vera e propria mecca per tutte quelle esistenze non allineate. Nel cuore elettrico e scintillante di Berlino confluiscono a più riprese poeti, scrittori, artisti, scienziati, medici da ogni angolo d’Europa, attirati dalla fertile cultura cosmopolita e da quel clima di relativa libertà garantito dal frenetico processo di urbanizzazione; la popolazione in continuo aumento favoriva inoltre l’anonimato, un requisito come vedremo più avanti assolutamente fondamentale, perché a seconda delle situazioni essere schwul era un reato al contempo tollerato e perseguito. (LEGGI TUTTO)

Berlino 1933 | LA SEDUZIONE DEL CAMERATISMO | Un tedesco contro Hitler | Una testimonianza di Sebastian Haffner

Il 5 marzo 1933 la maggior parte dei tedeschi aveva votato contro Hitler. «Che ne è stato di questa maggioranza?» si chiede lo scrittore e storico tedesco Sebastian Haffner nel racconto autobiografico Geschichte eines Deutschen (Un tedesco contro Hitler, riproposto quest’anno da Skira nella traduzione italiana di Claudio Groff). Quest’enigma nella genesi del Terzo Reich sembra sciogliersi nelle logiche, squisitamente tedesche, del cosiddetto “cameratismo omosociale”, e più in generale in quelle subdole strategie di persuasione messe in atto dall’intellighenzia nazista per assicurarsi un gregge mansueto e orgogliosamente ubbidiente. Haffner vive questi eventi in prima persona, sperimenta sulla sua pelle quel processo di disumanizzazione così abilmente orchestrato per generare l’ebbrezza del consenso, l’aderenza incondizionata ai dettami del monstrum. (LEGGI TUTTO)

MAPPLETHORPE | Look at the pictures | Un lungometraggio su Robert Mapplethorpe

The Perfect Medium, l’ultima grande retrospettiva sull’opera fotografica di Robert Mapplethorpe, ha chiuso i battenti il 31 luglio 2016 presso il Getty Museum di Los Angeles. Quest’anno al Sundance Festival di Berlino è stato presentato il docufilm Robert Mapplethorpe: Look at the pictures dei registi Fenton Bailey e Randy Barbato (proiettato nelle sale italiane tra ottobre e novembre, e pubblicato da Feltrinelli nella collana Real Cinema); girato tra Stati Uniti e Germania, prodotto da HBO, il lungometraggio ha il merito di mettere a fuoco senza edulcorazioni l’autenticità del lavoro di Robert Mapplethorpe, un lavoro ormai al riparo da quei giudizi spiccioli che invano negli anni hanno tentato di demolirne il valore artistico e di ridimensionarne l’importanza sul piano estetico-formale. I registi – avvalendosi di testimonianze, racconti di collaboratori, amici, parenti e di interviste inedite all’artista – hanno scelto di rendere protagoniste le fotografie, dai primi scatti occasionali dell’adolescenza alle icone patinate dell’età adulta. Complici il delicato commento musicale di David Benjamin Steinberg e il buon montaggio foto-cinematografico di Langdon Page, Look at the pictures ci restituisce il ritratto caravaggescodi un Robert Mapplethorpe al contempo angelico e maledetto, innocente e colpevole, tenero e violento, creativo e autodistruttivo, talmente esposto da apparire casto, sempre in bilico (ma perfettamente a suo agio) su quella sottile linea di confine tra i salotti esclusivi del bel mondo newyorkese e i locali fetish-underground del sesso estremo (primo fra tutti il celebre “The Mine Shaft”, al 835 di Washington Street). (LEGGI TUTTO)

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