IMAGO SILENTIUM | L’evocazione del silenzio nella pittura

La pittura è un’arte di muta eloquenza. L’immagine è apparenza che scherma sostanza. Occorre prestare ascolto, guardare attraverso – intravedere e contemplare – per percepirne il silenzio e tutto quello che vi è di riposto, tutto il recondito che sonnecchia sotto la patina della pellicola pittorica. La musica non è cieca, evoca immagini, sprigiona visioni; allo stesso modo le arti visive incorporano la dimensione acustica per rilasciarla come risonanza. Così come la musica non coinvolge solo l’udito, la pittura non si limita alla sola vista (i sensi che utilizziamo per saggiare il fenomenico non smettono mai di tenersi per mano). Che cosa sia davvero il silenzio è difficile stabilire, fermo restando che non si tratta soltanto di mera assenza di suono. Il silenzio è una soglia, uno iato nello spazio-tempo, un mondo nel mondo, una preghiera recitata dal vento. È la dimora della rimembranza visitata dall’oblio. Il silenzio è ritiro, ritorno, riappropriazione. Tutto vi è compreso, trattenuto e al contempo estromesso: è il grande bianco che tutto assomma e annulla, un lampo di luce, l’architettura di una nuvola. Abbraccia territori sconfinati, li sorvola simile a un banco di nebbia invisibile. Ha dalla sua una solenne immobilità e un’immanenza pervasiva. Più antico d’ogni mito, il silenzio precede, attraversa e supera tutte le culture, incurante, parallelo a tutte le esistenze. Riempie ogni cosa lasciandola vuota. È un protagonista camuffato da comparsa che si sottrae alla visione un istante prima di entrare in scena. (continua a leggere)

DOPO BUCHENWALD | Io sono vivo e tu non mi senti | Un romanzo di Daniel Arsand

Novembre 1945. Un’ombra si aggira tra le rovine di Lipsia. Quest’ombra ha un nome: Klaus Hirschkuh. Si è appena lasciato alle spalle la stazione e ora, trascinandosi con fatica, sta cercando la via di casa. Lungo il percorso solo cumuli di macerie e polvere, tanta polvere. Chiunque capirebbe che non sta ritornando da un viaggio di piacere. La sua magrezza è innaturale, sconcertante. Tra la pelle e le ossa giusto un velo di carne. Quanti anni ha? Dall’andatura, incerta e claudicante, lo si direbbe un uomo di mezza età, fiaccato da una vita di stenti, ma avvicinandoci un po’ di più ci accorgiamo che è un ragazzo, poco più che ventenne. Dagli occhi, dilatati e assenti, non traspare altro che muto smarrimento. Da dove viene? Cosa gli è successo? Nessun passante, incrociandolo, avrebbe potuto nemmeno lontanamente immaginarlo. (continua a leggere)

L’estromissione del collettivo dal territorio dell’immaginazione narrativa | La Grande Cecità | Un saggio-pamphlet di Amitav Ghosh

La Grande Cecità ci impedisce di vedere. È un sottile sipario che taglia in due la scena: lo spettacolo di una vita luminosa, dinamica e brillante rivela in trasparenza il suo contraltare di buio, stasi e morte. Incuranti continuiamo a spassarcela, convinti che non sia poi così grave, che dopo la tempesta torna sempre il sole e che tutto in un qualche modo si sistemerà, rassicurati da governanti genuflessi agli interessi delle grandi multinazionali. Accumuliamo debiti che una generazione, prima o poi, dovrà saldare. La Grande Cecità ci impedisce di valutare il danno e di acquisire consapevolezza. Comodamente stesi sul sofà stiamo dando fuoco alla nostra casa. Cosa mai potrà ridestarci da questo torpore? Sono i nostri stili di vita ad ingabbiarci? È davvero tutta colpa del capitalismo? La letteratura, l’arte, l’informazione stanno facendo abbastanza o sono vittime anche loro della Grande Cecità? (continua a leggere)

MAMMA ROSA PELLETRINI | L’ottuagenaria | Mirbeau e il racconto della crudeltà

Non ha avuto una vita facile mamma Rosa Pelletrini. Se è sopravvissuta a ottanta inverni lo deve solo a uno strano giro del destino. Prima la morte del marito, divorato dalla pellagra, poi quella della figlia, sfinita dalle febbri malariche. Miseria e solitudine scandiscono ora le sue giornate in un paesino sperduto della campagna romana. Ha lavorato fino a quando ha potuto, spaccandosi la schiena, senza risparmiarsi, ma ora le sue ossa la reggono a malapena. Dopo una vita di duro e onesto lavoro l’anziana donna, per raggranellare qualche soldo e avere di che sfamarsi, è costretta a chiedere l’elemosina sul sagrato della chiesa. Sola al mondo, non ha che un solo desiderio: riabbracciare suo figlio, quel figlio emigrato a Parigi tanti anni addietro in cerca di miglior fortuna; sentendosi ormai vicina all’estremo congedo mamma Rosa vuole riconciliarsi con quest’ultimo suo legame con il mondo, trovarvi riparo e conforto, foss’anche un solo istante di sollievo. (continua a leggere)

VISIONI DELL’ANTROPOCENE | Maria Candeo | DRO DRONE LAND

All’immagine ravvicinata – soggettiva, frontale, sfacciata – l’artista padovana Maria Candeo oppone quella satellitare restituita fotograficamente dal drone. La visuale perpendicolare pur generando un distacco, un allontanamento, non si traduce mai in un abbandono definitivo. Dall’alto le cose dabbasso appaiono per come sono realmente, null’altro che segni su una superficie, piccole increspature sul mantello terrestre. L’occhio elettronico scruta da una prospettiva verticale alla stregua di una divinità imparziale: l’inquadratura, elusi i margini canonici, si allarga ad abbracciare oceani e continenti, restituendo una imago mundi corale e onnicomprensiva. Dotati di sofisticati sensori i droni raccolgono dati attraverso telerilevamenti, informazioni non percepibili a occhio nudo; in queste immagini osserviamo tracce, sfumature e cromie che monitorano il processo di desertificazione, l’innalzamento degli oceani, la cementificazione, l’impatto delle sostanze inquinanti e tutte le trasformazioni in atto sul nostro pianeta. (continua a leggere)

HIERONYMUS BOSCH | Il maestro dell’incubo in mostra a Venezia

Hieronymus Bosch (1450-1516), nome d’arte di Jheronimus van Aken, è nativo di ‘s-Hertogenbosch (Bosco ducale), una cittadina olandese della provincia del Brabante settentrionale. Figlio d’arte, – suo padre e suo nonno erano pittori – non si mosse mai dal contesto natio (nessun documento attesta infatti la sua permanenza in altro luogo), di qui forse la scelta di far coincidere il proprio nome con quello del paese natale. Poco sappiamo dove abbia affinato i suoi studi negli anni della giovinezza; la sua vasta erudizione lascia ipotizzare che si sia formato in una qualche università o presso conventi di certosini o domenicani. A eccezione dell’apprendistato nella bottega di famiglia, non ci è dato di sapere nulla di certo. (continua a leggere)

L’AMORE BALDRACCO | La Bellezza di Dario | Vita e Opera di Dario Bellezza

Il corpo di Dario Bellezza, poeta, riposa nel cimitero acattolico di Roma (noto anche come “cimitero degli artisti e dei poeti”), a Testaccio, accanto alla storica colonia felina di Piramide Cestia. Circondato dai tanto amati gatti, in vita come in morte, dai passetti felpati e furtivi di quelle bestiole imprevedibili, fedeli e sfuggenti, esserini dolcissimi d’una spericolata innocenza, come quei ragazzetti malandri rincorsi per tutta una vita. Divinità randagie, sonnecchiose sfingi, i gatti fanno spesso capolino nelle poesie di Dario, chiamati a consolare una inguaribile solitudine. Ha un padrone che pensa al suo cibo: tanto gli basta come fosse un infante. Se io basto a lui, lui basta a me col cuore in declino. (continua a leggere)