Archive for the ‘ Critica d’Arte ’ Category

LE BIONDE SI DIVERTONO DI PIÙ | Una vita d’artista | Catherine Cusset racconta David Hockney

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Raccontare scena e retroscena di sua maestà David Hockney – artista vivente che, a dispetto dell’età, è ancora magnificamente operativo e ispirato – non è un’impresa da poco. Lo sa bene la scrittrice francese Catherine Cusset (quattordici romanzi all’attivo) che in Vie de David Hockney (Una vita d’artista, Guanda, 2020) ha preferito ricorrere alla formula narrativa del romanzo eludendo a priori i rigori castranti della fredda biografia. Attingendo da un ricco materiale documentario (scritti autografi, interviste, articoli, saggi critici e testimonianze video) Cusset  ha riunito i tasselli di un grande puzzle dando vita ad un appassionato homage sospeso tra suggestione letteraria e verità storica. L’artista inglese ne esce tratteggiato a tutto tondo, schizzato, dipinto, fotografato, sebbene la sua figura irriverente, vivace e incantata a più riprese sfugga, scomponendosi come in un polittico o sovrapponendosi più volte a se stessa. (continua a leggere)

LO STATO DELL’ARTE | L’arte contemporanea nel cul-de-sac della globalizzazione

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Che l’arte contemporanea non goda di ottima salute è cosa nota. Basta una rapida occhiata, non occorrono grandi investigazioni. Pallida, denutrita, claudicante, malaticcia, più disarmata che disarmante, più annoiata che noiosa, nuova ad ogni costo quindi sistematicamente già vista, ma soprattutto afflitta da demotivazione cronica. Povera cara, lei un tempo così vigorosa e battagliera. Il suo sfaccettato superorganismo, non più irrorato dal fluido vitale delle Avanguardie, non più agito da quell’urgenza profonda di voler riformulare il mondo, barcolla su protesi pericolanti. (continua a leggere)

LA MOSTRIFICAZIONE DELL’ARTE | Contro le mostre | Un pamphlet di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 36 | settembre 2018

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Nell’appassionato pamphlet Contro le mostre (Einaudi) Tomaso Montanari e Vincenzo Trione, storici dell’arte e docenti universitari, lanciano un coraggioso j’accuse contro la mostrificazione dell’arte in atto da molti anni nel nostro Paese. Il libro, scrivono gli autori in premessa, nasce «da un’urgenza quasi “politica”», perché accettare supinamente il degrado in cui è trascinata l’arte in Italia equivale a un reato di connivenza. La denuncia è ben esplicitata nelle note di copertina: «Un sistema di società commerciali, curatori seriali, assessori senza bussola e direttori di musei asserviti alla politica sforna a getto continuo mostre di cassetta, culturalmente irrilevanti e pericolose per le opere. È ora di sviluppare anticorpi intellettuali, ricominciare a fare mostre serie, riscoprire il territorio italiano.» (continua a leggere)

LA VENERE PERTURBANTE | The Anatomical Venus | Un saggio di Joanna Ebenstein

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 34 – Marzo 2018

VERSIONE SFOGLIABILE

Penetrare il corpo per penetrare Dio. Le Veneri anatomiche – grottesche e seducenti statue scomponibili costruite tra XVIII e XIX secolo al fine di illustrare l’anatomia femminile nei musei, nei panottici e nelle fiere popolari – rappresentano la somma incarnazione del diktat illuministico. La particolare congiuntura storica che le ha partorite tradisce però un confine molto labile tra Scienza, Arte e Religione, ed è in questo contesto ibrido che dobbiamo inquadrarle se vogliamo comprenderne la natura complessa e inquietante in equilibrio tra naturalia e artificialia. Con le Veneri anatomiche, o “cere anatomiche di donne giacenti”, il corpus claustrale medievale letteralmente si schiude per svelare, strato dopo strato, il prodigioso operato di Dio. Capolavori ceroplastici di straordinaria e raffinata fattura, queste sleeping beauty urtano la nostra sensibilità contemporanea suscitando quello che Sigmund Freud definiva come unheimlich, il sentimento del perturbante. (continua a leggere)

LE DOLOROSE COMPAGNE | Mirbeau in difesa di Rodin | Octave Mirbeau, Rodin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 33 – Dicembre 2017.

VERSIONE SFOGLIABILE

Contestato dai mediocri, ignorato dagli accademici, perseguitato dall’odio degli sciocchi, Auguste Rodin trovò in Octave Mirbeau il più acceso e devoto dei suoi sostenitori. Tra il 1885 e il 1902, sulle pagine dei quotidiani parigini «Le Journal», «L’Ècho de Paris», «La France» e «La Plume» lo scrittore francese si adoperò con ogni mezzo per celebrare la grandezza e il genio rivoluzionario di Rodin. Questi articoli, in equilibrio tra l’homage e la critica d’arte ma redatti alla stregua di appassionati pamphlet, descrivono bene il clima teso che nell’ultimo ventennio del XIX secolo agitava l’ancien regimedelle caste artistiche tradizionali sempre più turbate dalle nuove istanze innovatrici. Quando Mirbeau scrive il suo primo articolo su Rodin («La France», 18 febbraio 1885) l’Impressionismo esisteva ufficialmente come movimento già da oltre un decennio. (continua a leggere)

IL CRITICO LUNGIMIRANTE | Passioni e anatemi | Le cronache d’arte di Octave Mirbeau

su Amedit n. 32 – Settembre 2017.

Per un anno, tra l’ottobre del 1884 e l’ottobre del 1885, Mirbeau cura la rubrica Notes sur l’art per il quotidiano repubblicano moderato «La France». Diciannove interventi che spaziano da Hans Makart ad Antoine Watteau, da Puvis de Chavannes a Edgar Degas, da Eugène Delacroix a Pierre-Auguste Renoir, e poi ancora Claude Manet, Julien Bastien-Lepage, Théodore Rousseau, Gustave Courbet, Camille Corot (per non citarne che alcuni). Questa preziosa rosa di saggi mirbelliani è oggi disponibile in versione italiana: Octave Mirbeau, Passioni e anatemi. Cronache d’arte (Castelvecchi, 2017), curata da Paolo Martore, con traduzione di Massimo De Pascale; il volume si basa sulla sezione Notes sur l’art inclusa in Combats esthétiques (vol. 1), Nouvelles Èditions Séguier, 1993, a cura di Pierre Michel (raffinato interprete e infaticabile divulgatore dell’eredità mirbelliana) e Jean-François Nivet. (continua a leggere)

IMAGO SILENTIUM | L’evocazione del silenzio nella pittura

su Amedit n° 31 – Giugno 2017

La pittura è un’arte di muta eloquenza. L’immagine è apparenza che scherma sostanza. Occorre prestare ascolto, guardare attraverso – intravedere e contemplare – per percepirne il silenzio e tutto quello che vi è di riposto, tutto il recondito che sonnecchia sotto la patina della pellicola pittorica. La musica non è cieca, evoca immagini, sprigiona visioni; allo stesso modo le arti visive incorporano la dimensione acustica per rilasciarla come risonanza. Così come la musica non coinvolge solo l’udito, la pittura non si limita alla sola vista (i sensi che utilizziamo per saggiare il fenomenico non smettono mai di tenersi per mano). Che cosa sia davvero il silenzio è difficile stabilire, fermo restando che non si tratta soltanto di mera assenza di suono. Il silenzio è una soglia, uno iato nello spazio-tempo, un mondo nel mondo, una preghiera recitata dal vento. È la dimora della rimembranza visitata dall’oblio. Il silenzio è ritiro, ritorno, riappropriazione. Tutto vi è compreso, trattenuto e al contempo estromesso: è il grande bianco che tutto assomma e annulla, un lampo di luce, l’architettura di una nuvola. Abbraccia territori sconfinati, li sorvola simile a un banco di nebbia invisibile. Ha dalla sua una solenne immobilità e un’immanenza pervasiva. Più antico d’ogni mito, il silenzio precede, attraversa e supera tutte le culture, incurante, parallelo a tutte le esistenze. Riempie ogni cosa lasciandola vuota. È un protagonista camuffato da comparsa che si sottrae alla visione un istante prima di entrare in scena. (continua a leggere)

 

VISIONI DELL’ANTROPOCENE | Maria Candeo | DRO DRONE LAND

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

All’immagine ravvicinata – soggettiva, frontale, sfacciata – l’artista padovana Maria Candeo oppone quella satellitare restituita fotograficamente dal drone. La visuale perpendicolare pur generando un distacco, un allontanamento, non si traduce mai in un abbandono definitivo. Dall’alto le cose dabbasso appaiono per come sono realmente, null’altro che segni su una superficie, piccole increspature sul mantello terrestre. L’occhio elettronico scruta da una prospettiva verticale alla stregua di una divinità imparziale: l’inquadratura, elusi i margini canonici, si allarga ad abbracciare oceani e continenti, restituendo una imago mundi corale e onnicomprensiva. Dotati di sofisticati sensori i droni raccolgono dati attraverso telerilevamenti, informazioni non percepibili a occhio nudo; in queste immagini osserviamo tracce, sfumature e cromie che monitorano il processo di desertificazione, l’innalzamento degli oceani, la cementificazione, l’impatto delle sostanze inquinanti e tutte le trasformazioni in atto sul nostro pianeta. (continua a leggere)

HIERONYMUS BOSCH | Il maestro dell’incubo in mostra a Venezia

su Amedit n. 30 – Marzo 2017

Hieronymus Bosch (1450-1516), nome d’arte di Jheronimus van Aken, è nativo di ‘s-Hertogenbosch (Bosco ducale), una cittadina olandese della provincia del Brabante settentrionale. Figlio d’arte, – suo padre e suo nonno erano pittori – non si mosse mai dal contesto natio (nessun documento attesta infatti la sua permanenza in altro luogo), di qui forse la scelta di far coincidere il proprio nome con quello del paese natale. Poco sappiamo dove abbia affinato i suoi studi negli anni della giovinezza; la sua vasta erudizione lascia ipotizzare che si sia formato in una qualche università o presso conventi di certosini o domenicani. A eccezione dell’apprendistato nella bottega di famiglia, non ci è dato di sapere nulla di certo. (continua a leggere)

MAPPLETHORPE | Look at the pictures | Un lungometraggio su Robert Mapplethorpe

Su Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

The Perfect Medium, l’ultima grande retrospettiva sull’opera fotografica di Robert Mapplethorpe, ha chiuso i battenti il 31 luglio 2016 presso il Getty Museum di Los Angeles. Quest’anno al Sundance Festival di Berlino è stato presentato il docufilm Robert Mapplethorpe: Look at the pictures dei registi Fenton Bailey e Randy Barbato (proiettato nelle sale italiane tra ottobre e novembre, e pubblicato da Feltrinelli nella collana Real Cinema); girato tra Stati Uniti e Germania, prodotto da HBO, il lungometraggio ha il merito di mettere a fuoco senza edulcorazioni l’autenticità del lavoro di Robert Mapplethorpe, un lavoro ormai al riparo da quei giudizi spiccioli che invano negli anni hanno tentato di demolirne il valore artistico e di ridimensionarne l’importanza sul piano estetico-formale. I registi – avvalendosi di testimonianze, racconti di collaboratori, amici, parenti e di interviste inedite all’artista – hanno scelto di rendere protagoniste le fotografie, dai primi scatti occasionali dell’adolescenza alle icone patinate dell’età adulta. Complici il delicato commento musicale di David Benjamin Steinberg e il buon montaggio foto-cinematografico di Langdon Page, Look at the pictures ci restituisce il ritratto caravaggescodi un Robert Mapplethorpe al contempo angelico e maledetto, innocente e colpevole, tenero e violento, creativo e autodistruttivo, talmente esposto da apparire casto, sempre in bilico (ma perfettamente a suo agio) su quella sottile linea di confine tra i salotti esclusivi del bel mondo newyorkese e i locali fetish-underground del sesso estremo (primo fra tutti il celebre “The Mine Shaft”, al 835 di Washington Street). (LEGGI TUTTO)